Week_One

Arrivata da una settimana.

Ho comprato un copripiumino e un nuovo lampadario da Argos, una catena di negozi che vende su catalogo.

Sono pigra, a mio modo. La mattina dormo fino a tardi, vado in un caffè che si chiama 2001 (twothousandone), prendo un cappuccino nel bicchiere di carta, un muffin e sto lì fino alle tre del pomeriggio, a cercare lavoro su internet. Riempio moduli in cui dovrei condensare le mie esperienze, le mie skills, la mia vita. Non ci riesco mai, forse semplicemente non si può. Le invio lo stesso in pasto ai recruiters, che di solito leggono e dicono di no.

Poi torno a casa, magari esco, ma anche no.

Londra mi incanta.

Tower Hamlet, il mio quartiere, mi incanta.

Anche la vita del caseggiato di appartamenti low-budget in cui vivo, mi incanta.

Inizio ad esplorare la vita da qui, da questa stanza con il linoleum finto legno chiaro, la porta dipinta di bianco come le pareti, i tubi del riscaldamento fuori dal muro. Bianca, come la voglio io. Un armadio sghembo che presto getterò via, un paio di pantaloni con un chewingum attaccato dietro. Asciugamani, un vaso con tre narcisi che vengono fuori dai bulbi, un paio di libri di Chatwin, un barattolo di crema idratante a cui ho tolto l’etichetta, la mappa di Londra, un paio di stivali, uno specchio, io.

La porta di casa e la mia finestra danno su un ballatoio scoperto, a destra vivono delle ragazze inglesi, bionde, sorridenti. A sinistra sono poggiati a terra scatoloni, sacchi di plastica che prima contenevano terriccio, un cestino con mollette da bucato, dei supporti di metallo su cui sono appese pezze di stoffa lisa di colore indefinito, una bacinella di plastica blu incrostata di calcare. Ci vive una signora bassa, forse bengalese, che cucina curry ogni giorno per un certo numero di ragazzi dagli occhi scuri che credo siano i suoi figli. Le scale odorano di mercato, a volte ci sono sacchetti di patatine vuoti gettati negli angoli, però ci sono vasi rampicanti con fiori gialli appesi accanto ad alcune porte.

Il palazzo è in brick, mattoncini rossi che mi ricordano i lego, e intorno ha un prato verde su cui però non credo si possa camminare. Almeno, non ho mai visto ancora nessuno farlo.

Sono pigra, dicevo, e raramente sono uscita dal quartiere.

Ogni volta che esco di casa e vado verso Brick Lane aspetto di vedere spuntare la sagoma del grattacielo di Norman Foster, una elegante pallottola di vetro e acciaio, che sovrasta la fila di ristoranti indiani kitch con le vetrine incorniciate di legno colorato e i ritagli di giornale attaccati con lo scotch accanto all’ingresso.

Spezie e acciaio, graffiti e case vittoriane. Vecchie fabbriche diventano mercati o centri culturali, vecchi magazzini vengono riconvertiti a studi di design. Negozi vendono vestiti di trenta anni fa anticipando la moda dei prossimi anni.

Questo gioco di angoli girati, di carte sfuggite all’ordine, di sfasamenti di tempo e spazio, è il motivo per cui sono qui, in questo posto sbilenco, disordinato e precario, proprio per questo “mio”.

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5 risposte a “Week_One

  1. Ma vivinwonderland nel senso che sei Viviana o che ci vivi? Cioè, ci sono numerose interpretazioni… o almeno queste due.

  2. Londra ti fa persino diventare poetica!Il tuo racconto mi ha incantato e non vede l’ora di leggere le prossime puntate del romanzo della tua vita.Mi manchi.Ti voglio bene.

  3. Bella l’idea di togliere l’etichetta al vasetto di crema idratante. é così che si inizia un degno romanzo di formazione… complimenti, Vivi. Che invidia!

  4. Gab: a Londra si dice “anfatti”.

    Giò: smua’ smua’ (son baci). Anche tu. Anch’io.

  5. Nel leggerti ti ho vissuta, sai.

    Per come ti conosco è quando riesci ad esprimerti così chiaramente, nelle parole inchiostrate, che sei la bella e fragile Vivi che ha finalmente trovato Vivi-

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