M&M’s

C’è una strada, c’è un ponte di ferro su cui passano treni. Sotto c’è un mercato in cui tutto quello che si vende si può mangiare (e tutto quello che si può mangiare si vende). Poteva essere piazza vittorio, la boqueria, il mercato orientale; invece era il Borough Market, i prezzi erano scritti sulle lavagne, i venditori urlavano allo stesso modo, la piantina era tracciata sul disegno di una mucca.

Poi ho preso una scatolina di sushi da mangiare sul lungofiume. Mentre cercavo il posto adatto pioveva, così ho piluccato salmone con l’ombrello in una mano e le bacchette dall’altra, box di carta bianca sulle ginocchia.

Nel museo ho visto tre cose.

La prima è uno spazio vuoto, una enorme scatola aperta solo su un lato. Più ci si spinge dentro, più il buio aumenta. Inquietudine, timore e fascinazione, si cammina verso il nero assoluto cercando di intuire dove andrà a finire, tra le ombre di altri che ti vengono incontro. La fine è inattesa, un muro soffice, nero. Entri credendoti spettatore di emozioni altrui, ti ritrovi a vivere le tue di paure, speranze, limiti. E qualcosa cambia, come un battesimo.

La seconda cosa è stata una mostra su un pittore armeno emigrato in America che si è scelto un nome russo. Il nudo su fondo rosso nella prima sala diceva già tutto. Poi il volto della madre, morta di fame con lui bambino, le sgocciolature nei paesaggi come ricami, l’ultimo quadro bianco e nero, il suicidio. Sono dovuta uscire sulla terrazza a bere un tè alla menta, mi sono scottata la lingua.

La terza cosa è stata la mostra su un olandese di Utrecht che creava avanguardie e giocava a colorare le case. Ho deciso che le avanguardie mi piacciono perché sono divertenti (e finché lo sono). Spezzano, staccano, colorano, cambiano. Poi se diventano ufficiali muoiono.

Viva il DaDa, il colore fucsia e il Bailey’s Hot Chocolate.

Nella foto: How My Mother’s Embroidered Apron Unfolds in My Life, Arshile Gorky (1944)

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Una risposta a “M&M’s

  1. E qualcosa cambia.

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